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Quando si parla della musica dagli anni ’80 ad oggi uno degli strumenti a cui si pensa per prima è senza dubbio il sintetizzatore.

Ma com’è nato questo strumento così particolare e che nella musica contemporanea sembra stia vivendo una seconda giovinezza?

Le origini del mito: il telegrafo musicale

Tracciare le origini di tale strumento non è cosa facile, né certa.

Uno dei primi strumenti musicali elettronici fu inventato nel 1876 da Elisha Gray.

Egli scoprì accidentalmente un suono generato da un circuito elettromeccanico auto vibrante trasmesso da una linea telegrafica.
Nacque così, per l’appunto, il Telegrafo Musicale.

Il primo strumento elettronico: il Telharmonium

Il Telharmonium

Fu solamente nel 1897, però, che arrivò il primo brevetto per un vero e proprio strumento elettronico, depositato da Thaddeus Cahill che nel 1901 venne sviluppato con il nome di Telharmonium, capace di sintesi additiva (ovvero la miscelazione di varie forme d’onda singola, generalmente sinusoidale, per la creazione di forme d’onda complesse).

Il problema principale di questo strumento era la dimensione massiccia che lo rendeva inadatto alla diffusione al pubblico.

I primi brevetti e l’organo Hammond

Disegno di un Organo Hammond

Iniziò, così, una corsa di invenzioni e brevetti per creare un sintetizzatore che fosse il più possibile piccolo e trasportabile.

Nel 1935 la Hammond Organ Company fu la prima a creare uno strumento con queste caratteristiche basandosi sugli studi di Cahill, unendo i sistemi elettrici a quelli elettromagnetici.

Venne alla luce lo storico ed ineguagliato Organo Hammond, tutt’oggi tra i più apprezzati strumenti dai musicisti degli 88 tasti.

La vera svolta nelle onde sonore: Robert Moog

Una parte dei moduli sonori del Moog

Bisogna aspettare almeno altri 30 anni per arrivare al primo vero antenato degli strumenti completamente elettronici.

Nei primi anni ’60 l’ingegnere statunitense Robert Moog, grazie alla recente invenzione dei transistor, riuscì a brevettare e costruire i primi sintetizzatori a controllo modulare.

Questa macchina era dotata di vari blocchi, ognuno dedicato ad una funzione particolare, che erano collegabili tra loro permettendo una possibilità di creazione sonora senza precedenti, il tutto eseguito tramite una tastiera o un controller ‘Ribbon‘.

Nel giro di una decade arrivò l’intuizione che rappresenterà la chiave di volta per gli strumenti sintetici moderni: il Mini Moog Model D del 1970.

Minimoog Model D (1970)

Dotato per la prima volta di un peso ridotto e di una portabilità senza precedenti, divenne in poco tempo uno standard per le band dell’epoca.

Da lì in poi sono usciti molti modelli, con nuove tecnologie, dimensioni e peso ancora più ridotti, ma la leggenda ed il fascino del Moog rimane tutt’ora inalterato ed il suo utilizzo da parte di gruppi e artisti come Pink Floyd, Kraftwerk, Vangelis, Herbie Hancock non ha fatto altro che aumentarne il valore artistico e storico.

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